ll bando di gara prevede la copertura di aree “obbligatorie” ma anche “facoltative”. E se queste ultime non fossero affatto marginali? Oltre ai bandi per la fibra, è il caso di pensare a soluzioni integrative per chi non verrà raggiunto dalle connessioni ottiche

di Gildo Campesato
In ballo c’è una importante tranche di 1,4 miliardi di euro stanziati dal Cipe con cui verrà realizzata la prima rete in fibra ottica totalmente di proprietà pubblica.

Il criterio di aggiudicazione sarà quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo. Vedremo chi parteciperà alla gara nelle singole regioni (il bando è spezzettato per macro-aree geografiche) e, ancor di più, chi si aggiudicherà le commesse: la competizione fra Telecom Italia ed Enel Open Fiber, in primis, appare apertissima. E dura: Telecom ha fatto ricorso al Tar (e non è escluso che si muova anche in sede europea) perché considera poco chiare le condizioni del bando, in particolare i criteri di definizione dei prezzi di accesso delineati da una delibera di Agcom.

Ma vi è anche un altro enigma di cui sinora si è parlato poco o nulla. Ed è il tema, da noi già sollevato a inizio maggio, di cosa succederà nelle aree più periferiche, in particolare in quei milioni di “case sparse” come le chiama Infratel (ma in molti casi si tratta di piccoli borghi o anche comuni) che ben difficilmente verranno raggiunte dalla nuova rete ottica. Se rimaniamo alle statistiche dell’Istat le case sparse  (soprattutto seconde case abitate per poche settimane all’anno) sarebbero in tutta Italia un numero ben più contenuto:  circa due milioni.

Eppure, a scorrere gli allegati pubblicati nel bando di gara nel sito di Infratel appare una situazione diversa da quella fotografata dall’Istat..Vi si può leggere della presenza di 891.000 “case sparse” nelle 6 regioni in questione ma anche di un altro milione e trecentomila abitazioni in cui nella consultazione precedente (quella in cui si puntava sulla collaborazione pubblico/privato) la propensione degli operatori ad investire è stata pari a zero o sotto l’1%: sia con rilegamenti Ftth, sia con fibra sino al network. Fra “case sparse” e case “non interessanti” si tratta in tutto di due milioni e trecentomila abitazioni che si trovano nelle aree D, le più marginali, ma anche in quelle C, in teoria meno penalizzate.

È un digital divide estremo, che coinvolge un numero impressionante di persone: 13 milioni su una popolazione di 24 milioni che vive nelle 6 regioni interessate. Se applicassimo (con un po’ di approssimazione, non vi è dubbio) la stessa proporzione all’intera Italia arriveremmo a 10 milioni di case sparse con 37 milioni di persone coinvolte: più di metà della popolazione italiana.

Al di là della proiezione “nazionale”, la fotografia Infratel delle sei regioni interessate al bando mostra numeri allarmanti. Dati i costi necessari per raggiungere le aree più periferiche, l’1,4 miliardi di euro stanziato dal Cipe forse difficilmente riuscirà a fornire il servizio di banda ultralarga a tutta la popolazione coinvolta.

Non va dimenticato che il bando Infratel ha performance molto ambiziose. Chi se lo aggiudicherà dovrà assicurare almeno 30Mbps di connessione in download, ma anche una velocità in upload di 15Mbps. Performance impossibili con un misto fibra ottica/rame.

Il dato certo sulla consistenza reale del digital divide residuale lo si potrà avere soltanto dopo la chiusura dei bandi. Non c’è dubbio che l’asticella dell’interesse ad investire da parte dei privati è destinata ad alzarsi in uno scenario in cui la realizzazione della rete passiva viene affidata non più al coinvestimento pubblico/privato ma soltanto al pubblico. Ma il rischio di avere una persistenza di ampie zone che continueranno ad essere in digital divide anche dopo gli interventi previsti da Infratel non ci pare affatto campato in aria. Lo stesso bando, del resto, ha previsto aree a copertura “obbligatoria”, ma anche “facoltativa” per gli operatori che intendono partecipare alla gara.

Per questo sarebbe il caso di pensare sin d’ora a tecnologie alternative alla fibra in grado, di assicurare ovunque, a costi accettabili, le performance qualitative previste dai bandi qualora le aree “facoltative” risultino avere una dimensione consistente. Si pensi, ad esempio, alle soluzioni di tipo wireless o a quelle satellitari. Avrebbero inoltre il vantaggio di assicurare tempi di realizzazione in linea con le scadenze temporali di Agenda 2020.

Inoltre, una volta che la progressione della fibra avrà raggiunto anche le aree della periferia più estrema (quando mai avverrà), potranno essere sfruttati per altri scopi: telecomunicazioni con i Paesi del Nord Africa, servizi per la Difesa, connessioni televisive. È il caso ad esempio del satellite.

Forse è il caso che del tema si occupi sin d’ora anche il Cobul, il comitato interministeriale per la banda ultralarga coordinato dalla Presidenza del Consiglio. Se non altro per essere preparati in caso di probabili “buchi” infrastrutturali nella rete Infratel. Così da non perdere troppo tempo a cercare rimedi dell’ultima ora.

Rif. Corriere Comunicazioni


Dott. Giuseppe Atorino
Dott. Giuseppe Atorino

Laurea in Scienze della Comunicazione, Giuseppe Atorino lavora nel mondo della Comunicazione e dell’Information Technology dal 1996, dove nel corso degli anni ha ricoperto le cariche di Business Developer per importanti aziende italiane. Docente, formatore per enti privati e pubblici, attualmente Business Development Manager per prestigiose aziende italiane leader nel settore CAF Patronato, TLC, Assicurativo, Finanziario, Immobiliare e Gestione e Tutela del Credito.

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