Sharing

I consumi collaborativi in risposta alla crisi

Utilizzare un bene senza doverlo per forza acquistare. La filosofia è quella secondo cui ciò “che è mio è tuo, a pagamento”. Dal posto letto, al divano, ma anche dalla casa, all’auto o alla barca, fino alla condivisione di un passaggio per il viaggio, tutto è negoziabile via internet. Nell’epoca della sharing economy, l’accesso prevale sul possesso. “Condividere” diventa una necessità, ma anche un vantaggio per l’ambiente. Perché se in pochi minuti è possibile prenotare un appartamento a Sydney per una vacanza in Australia o un casale nel Chianti per un week end rilassante, allora anche coste e montagne ci saranno riconoscenti. Nuovi e costosi villaggi turistici in riva al mare, o resort e mega-strutture nel cuore delle vallate, non avranno più necessità di essere costruite.

L’economia collaborativa sta dando prova di essere un movimento durevole, diffuso e dirompente. Alle aziende si pongono davanti due scenari: salire a bordo – come per esempio hanno già fatto Patagonia, Toyota e Citibank – sfruttando un vantaggio competitivo, oppure starne fuori rischiando, però, di rimanere travolte da questo fenomeno che non è certo di passaggio. “Le imprese rischiano di essere disintermediate dai consumatori che, sempre più connessi, sfruttano a pieno ciò che hanno acquistato entrando in competizione diretta con chi produce”.

Non tutto il male viene per nuocere, però. Le aziende, secondo Owyang, hanno l’opportunità di ripensare il proprio modello business, o parte di esso, trasformandosi in Aziende-Servizio – mettendo cioè in condivisione i propri prodotti (come per esempio fa Netflix, Zipcar, ecc)-, in Acceleratori di Marketplace – favorendo lo scambio e la vendita diretta di prodotti (come fa per esempio Patagonia) – o in Fornitrici di Piattaforme – abilitando le persone a creare nuovi prodotti o servizi. E possono farlo facendo leva proprio su quelle forze abilitatrici che hanno generato e che continuano a guidare lo sviluppo dell’economia collaborativa le quali, secondo Altimeter, sono driver:

SOCIALI

Aumento della densità della popolazione

Campagne a favore della sostenibilità

Desiderio di comunità

Altruismo generazionale

ECONOMICI

Guadagno a partire dai beni superflui o inutilizzati

Aumento della flessibilità finanziaria

Accesso anziché possesso

Influenza dei finanziamenti da parte di venture capitalist

TECNOLOGICI

Social network

Dispositivi mobili e piattaforme

Sistemi di pagamento

Per sfruttare il potenziale di questi driver è necessario che le aziende ripensino i propri modelli di business – o parte di essi – e facciano propri uno o più istanze dei contesti sopra descritti. In questo modo, possono crescere insieme ai propri clienti, anziché essere travolti dalle loro esigenze. I ritorni dell’investimento sono insiti nei modelli stessi e sono riconducibili a un più alto grado di maturità che le marche avranno con i loro clienti che porterà un maggiore beneficio a tutti i livelli.

Tutte le aziende sono interessate a questo fenomeno, molte potrebbero esserne messe in difficoltà. Quelle con alti costi, basso utilizzo dei prodotti o con beni facilmente trasferibili, probabilmente sono quelle a più potenziale di rischio. Ma in generale questo modello porterà a delle trasformazione che, per dirla con le parole di Lucio Dalla, “tutti quanti stiamo già aspettando”. La customer experience, per esempio, si estenderà ben oltre al primo acquisto nel momento in cui i consumatori condivideranno i propri beni impattando sul ciclo di vita del cliente, e le aziende, anche a loro interno, saranno costrette, con ogni probabilità, ad adottare gli stessi modelli proposti dall’economia collaborativa: le regole dei datori di lavoro e degli impiegati saranno ridefinite; gli uffici potranno essere ovunque; la differenza tra impiegati e consumatori sparirà, tornando ad essere tutti solo e sempre delle persone. Staremo a vedere